sabato 19 ottobre 2013

Fallimenti: in Italia chiudono oltre due imprese all'ora

Il numero di fallimenti registrato in Italia nel terzo trimestre 2013 risulta infatti ulteriormente cresciuto rispetto al terzo trimestre degli anni precedenti: +20%rispetto al 2011, +28% rispetto al 2010 e +53% rispetto al 2009.

Questa la preoccupante fotografia che emerge dall'analisi dei fallimenti in Italia, aggiornata al 30 settembre 2013: “Il numero dei fallimenti rilevato anche nel terzo trimestre dell’anno in corso rimane molto al di sopra dei livelli pre crisi – commenta Marco Preti, Amministratore Delegato di CRIBIS D&B -. Questo dato purtroppo non sorprende e, anzi, trova un riscontro anche nei comportamenti di pagamento adottati dalle imprese italiane nei confronti dei propri fornitori, ancora in grande sofferenza. Del resto, la congiuntura economica negativa fa sì che gli insoluti, anche quelli non particolarmente gravi, possano mettere seriamente in difficoltà anche imprese solide, soprattutto quando provengono da clienti storici ai quali, magari, si sono concessi tempi lunghi di pagamento e fidi commerciali consistenti”.

La regione di gran lunga più colpita risulta essere ancora una volta la Lombardia, dove dall'inizio del 2013 hanno dichiarato fallimento ben 2.223 imprese. Al secondo posto si colloca il Lazio. La regione meno colpita è la Valle d'Aosta con solo 8 fallimenti.

Il settore con il più elevato numero di fallimenti rilevati nei primi nove mesi del 2013 è l'Edilizia, che si conferma il settore in maggiore difficoltà con 2.007 casi. Particolarmente colpito anche il Commercio all'ingrosso (1.337 fallimenti), al quale si aggiungono i 589 casi registrati nei "Servizi commerciali".

“Il futuro rimane incerto - aggiunge Marco Preti - e il numero di fallimenti in costante crescita rappresenta un chiaro sintomo di una situazione ancora delicata. Noi rileviamo però un elemento positivo, rappresentato da una sempre maggiore attenzione alla gestione dei tempi di pagamento, del credito commerciale e, più in generale, del Working Capital - conclude Preti -. Del resto, negli ultimi anni le imprese hanno investito molto in procedure e strumenti che consentissero di intercettare tempestivamente i segnali deboli di deterioramento dell’affidabilità dei propri partner, di mantenere sotto controllo la capacità del proprio portafoglio clienti di generare ricavi, di intervenire tempestivamente con azioni di prevenzione del rischio. Un’operazione, questa, non a costo zero ma che riteniamo potrà dare benefici concreti anche dopo la fine della crisi”.

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