Internazionalizzazione

Iran: l’impatto della chiusura dello stretto di Hormuz sull’economia italiana

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La chiusura dello stretto di Hormuz, crocevia dell’economia globale, apre un momento di forte volatilità creditizia, energetica e logistica.

L’escalation militare tra Stati Uniti d'America, Israele e Iran, culminata con attacchi incrociati e raid su Teheran, ha trasformato in realtà lo scenario che per mesi era rimasto confinato nelle analisi di rischio: la chiusura dello Stretto di Hormuz. Per l’economia globale, e quindi anche per il sistema produttivo italiano, si apre una fase di forte volatilità sul fronte energetico, logistico e creditizio.


Perché lo Stretto di Hormuz è il “punto di rottura” globale

Il 28 febbraio 2026 lo Stretto di Hormuz è stato ufficialmente chiuso a seguito dell’inasprimento delle tensioni militari nell’area mediorientale. Si tratta di un evento dalla portata globale e con ripercussioni enormi.

Con circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio (20 milioni di barili al giorno) e circa il 20% delle esportazioni di gas naturale liquefatto che vi transitano quotidianamente, lo Stretto di Hormuz è un’arteria vitale e indispensabile.

Le alternative via terra (oleodotti che bypassano lo stretto) possono sostenere meno di un ottavo dei volumi di greggio necessari, una quota dunque irrilevante rispetto alla capacità complessiva richiesta.


L’impatto della crisi dello stretto di Hormuz su mercati, energia e inflazione

Come primo risultato si sta assistendo all’immediata revisione al rialzo delle aspettative sui prezzi energetici.

Nelle contrattazioni asiatiche il Brent, ovvero uno dei più importanti benchmark per i prezzi del petrolio a livello mondiale, aveva chiuso a 72 dollari la settimana precedente all’attacco; ha aperto con un balzo importante arrivando a toccare gli 80 dollari, segnando il rialzo più forte da mesi.

Qualora il blocco dovesse persistere, il Brent potrebbe raggiungere i 100-130 dollari, con conseguenze dirette sui prezzi dei carburanti e dell’elettricità. Un livello che riporterebbe l’Europa ai picchi osservati dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

Anche le quotazioni del gas sono cresciute di oltre il 25%, raggiungendo i valori massimi da oltre un anno nei principali hub continentali.

A preoccupare sono anche le pressioni inflazionistiche trasversali che possono generarsi. Basti pensare ai costi agricoli e alimentari: Hormuz è infatti uno snodo chiave per il 25-35% del commercio mondiale di fertilizzanti. Un rincaro in questo comparto si trasferirebbe nel giro di pochi mesi sui prezzi agricoli, riaccendendo l’inflazione nel carrello della spesa e comprimendo il reddito disponibile delle famiglie.

L’effetto combinato su energia e alimentari rischia quindi di innescare una nuova ondata inflattiva con conseguenze dirette su consumi, investimenti e politiche monetarie.


Rischi per le imprese italiane: supply chain e affidabilità

Per il tessuto imprenditoriale italiano e per l’economia in generale, l’emergenza Hormuz si riflette immediatamente su tre grandi fronti di rischio: interruzioni della supply chain, aumento dei costi operativi, peggioramento della qualità del credito.


Rischio di shock nelle catene di approvvigionamento

Le aziende italiane che dipendono da forniture in ingresso da Asia e Medio Oriente (in particolare per componenti elettronici, semilavorati, materie prime intermedie) rischiano ritardi di consegna e aumento dei costi logistici. La deviazione delle rotte marittime e il congestionamento dei porti alternativi generano infatti un effetto a catena che si riflette su tempistiche, costi di stoccaggio e pianificazione produttiva.

In un contesto in cui l’incertezza regna sovrana, la diversificazione dei fornitori e piani di back-up logistico diventano strategici per evitare interruzioni significative della produzione. In particolare, in settori come automotive, meccanica strumentale ed elettronica, anche pochi giorni di ritardo possono generare fermi linea.


Aumento dei costi operativi e compressione dei margini

L’impennata dei prezzi di petrolio e gas si trasferisce rapidamente sui costi energetici aziendali, soprattutto nei settori ad alta intensità di consumo di combustibili fossili e energia, come la siderurgia, la chimica, la carta e la ceramica.

Non potendo trasferire in tutto o in parte tali aumenti sui prezzi finali, le imprese potrebbero vedere comprimersi i margini operativi. Questo scenario accentua la necessità di una gestione prudente del capitale circolante, reinvestimenti calibrati e tutela dei flussi di cassa.


Rischio di credito e solvibilità delle controparti

L’instabilità globale agisce come un moltiplicatore di rischio. L’aumento dei costi, unito a eventuali rallentamenti della domanda, può compromettere la solvibilità di clienti e partner commerciali, sia in Italia sia all’estero.

Per le imprese diventa così essenziale rafforzare i sistemi di monitoraggio del rischio di credito, analizzando tempestivamente segnali di tensione finanziaria lungo la filiera. Prevenire insolvenze e ritardi nei pagamenti è, infatti, una condizione necessaria per evitare effetti domino sul capitale circolante.

In queste situazioni, strumenti avanzati di valutazione del rischio di credito e stress test finanziari diventano indispensabili.

Un altro stress per l’economia italiana

Questa crisi ribadisce come le dinamiche geopolitiche non siano mai un fattore esterno e astratto per le imprese. La globalizzazione ha intrecciato flussi commerciali, prezzi delle commodity e stabilità finanziaria dei mercati in modo che eventi in una regione lontana possano riverberarsi rapidamente in Italia.

La capacità di anticipare l’impatto di una situazione critica, grazie a dati e informazioni (dal prezzo del petrolio ai tempi di consegna, dagli indici di rischio Paese alla solidità dei partner commerciali) rappresenta oggi l’unico vero vantaggio competitivo.

In un contesto di instabilità, come quello attuale, la strada per le imprese italiane passa attraverso il monitoraggio, strumenti di mitigazione del rischio e una maggiore flessibilità.

Trasformare l’incertezza in gestione consapevole del rischio è la principale condizione di sopravvivenza.

Valuta e anticipa i rischi della tua supply chain

 

Mauro Cortesi
L'AUTORE
Mauro Cortesi

Top Customer Consulting Manager, CRIBIS

Responsabile del team di consulenza dedicato al mercato Corporate, ha consolidato un’ampia esperienze nel settore della business information con un approccio consulenziale volto all’analisi e alla valorizzazione dei dati all’interno dei processi aziendali. Coordina team che supportano le aziende nell’ottimizzazione della gestione del credito, procurement, marketing e ESG, favorendo l’integrazione tra sistemi informativi aziendali per migliorare l’efficienza operativa. Grazie ad un approccio orientato all’innovazione, aiuta le organizzazioni a trasformare le informazioni in strumenti decisionali efficaci, ottimizzando i processi e le strategie di gestione dei rischi con l’obiettivo di trasformare i dati in un vantaggio competitivo.

Top Customer Consulting Manager, CRIBIS

Responsabile del team di consulenza dedicato al mercato Corporate, ha consolidato un’ampia esperienze nel settore della business information con un approccio consulenziale volto all’analisi e alla valorizzazione dei dati all’interno dei processi aziendali. Coordina team che supportano le aziende nell’ottimizzazione della gestione del credito, procurement, marketing e ESG, favorendo l’integrazione tra sistemi informativi aziendali per migliorare l’efficienza operativa. Grazie ad un approccio orientato all’innovazione, aiuta le organizzazioni a trasformare le informazioni in strumenti decisionali efficaci, ottimizzando i processi e le strategie di gestione dei rischi con l’obiettivo di trasformare i dati in un vantaggio competitivo.

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